Cenni storici

Nel Diploma Imperiale di Ottone III (998), Barni è citato come “Barnaschi” e “Barnasci”, “Barnium” in quello di Federico Barbarossa (1162), poi “Barna” nei documenti ecclesiastici del XVI secolo, “Barne” nel Catasto Teresiano (1720), infine Barni, quindi sempre con la radice “Barn” che significherebbe “pascolo” cioè, “luogo di pascolo”.

L’imperatore Ottone III nel 998 donava Barni e le sue terre al Monastero benedettino di S. Ambrogio Maggiore di Milano.

Federico Barbarossa in seguito toglierà agli Abati Ambrosiani Barni e le sue terre, quindi anche l’odierna Magreglio, la Valbrona e altre terre delle pievi Milanesi, per farne dono agli Abati del Monastero benedettino di Civate (S. Pietro al Monte).

La Vallassina ritrova la sua libertà dopo la pace di Costanza (1183) e si governa con propri Statuti sino all’avvento dei Visconti e successivamente, nel 1533, degli Sfondrati ultimi Baroni della Vallassina sino al 1788, quando passa direttamente sotto il dominio Austriaco.

Con la liberazione della Lombardia nel 1859 e l’unificazione del Regno d’Italia, nel 1877, Barni è come tutti gli altri un libero Comune autonomo.

Solo per 22 anni, dal 1927 al 1950, e non dal 1877, come appare su alcuni testi che si rifanno tutti alla erronea citazione riportata da A. Mosconi nella sua pubblicazione del 1969 “Barni in Vallassina”, i Barnesi scelgono liberamente, insieme a Magreglio, di aggregarsi a Civenna invece che a Lasnigo, secondo le direttive economizzatrici dell’Era Fascista.

Nel 1950 vengono ricostituiti i singoli comuni originari.